In uno dei suoi ultimi contributi, l'articolo Abbondanza frugale pubblicato su Il Manifesto del 20 settembre 2010, Serge Latouche, noto teorico della decrescita, nel citare "Il progetto di una «economia» civile o della felicità sviluppato soprattutto da un gruppo di economisti italiani (rappresentato principalmente da Stefano Zamagni, Luigino Bruni, Benedetto Gui, Stefano Bartolini e Leonardo Becchetti)", ci ricorda come "tale economia resuscita la «publica felicità» di Antonio Genovesi e della scuola napoletana del XVIII secolo". Lo stesso Luigino Bruni, nel suo Si può essere felici da soli? Su eudaimonia, economia e dono. Intervista a Salvatore Natoli, fa riferimento, nell'introduzione, alla tradizione napoletana citando Muratori, Palmieri e Genovesi.
Non è questo il luogo, né l'obiettivo di questo post, per affrontare i termini del dibattito sul concetto di decrescita. Un dibattito contraddistinto spesso da entusiastiche, quanto a volte superficiali, adesioni alle proposte pratico-politiche ad esso legate o a critiche a volte pregiudiziali, svolte spesso, almeno in una certa sinistra di impostazione marxiana, partendo dall'estraneità del concetto alla strumentazione analitica del marxismo stesso. Né di dar conto dei pur interessanti tentativi di coniugare istanze di decrescita e utilizzo del marxismo, come quello di Badiale e Buontempelli nel loro Marx e la decrescita. Per un buon uso del pensiero di Marx.
Più interessante appare l'indagine su quella felicità pubblica di illuministica memoria, concetto da indagare scientificamente e presupposto concettuale per costruire, nelle mutate condizioni generali dell'attuale epoca storica, la società degli uomini e delle donne integrali. Una società nella quale l'antagonismo tra la dimensione pubblica e quella privata lasci spazio a una dialettica armonica tra essi, poiché, per dirla con Genovesi, "È legge dell'universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri". Quel che è in gioco è la possibilità di far subentrare alla società borghese,"con le sue classi e le sue contrapposizioni di classe", quella che Marx definisce "un'associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti", composta da uomini e donne coscienti e padroni del proprio destino. Avanziamo quindi lungo la strada della felicità pubblica e collettiva, poiché, per dirla col filosofo Remo Bodei, "essere felici da soli è come danzare in un lazzaretto o sulla tolda del Titanic".
Il Latinoamerica si conferma sempre più uno dei luoghi della Terra più interessanti in questo momento. Non di facile entusiasmo per le pur brillanti affermazioni dei processi politici in atto si tratta. Da tempo siamo alla ricerca di elementi che promanano da quelle esperienze, infatti, in grado di essere generalizzati. Elementi universali dell'esperienza. Il terreno della riflessione politica latinoamericana ne offre alcuni di grande consistenza, utili forse a rianimare l'asfittico livello della discussione europea e italiana in particolare. Uno dei temi sui quali, prima nella pratica e poi nella teoria, la politica rivoluzionaria latinoamericana si sta confrontando, molto proficuamente, è quello del settarismo. 
C'è la necessità di ritornare, e tante altre volte lo si farà, sul grande tema dell'organizzazione. Questa volta tentando di approfondire una questione che nel post precedente avevamo tratteggiato superficialmente, ovvero la dialettica tra i mezzi e i fini. Questo ci consentirà di meglio comprendere l'assoluta necessità che la prossima ondata rivoluzionaria si caratterizzi nella sua pratica, il che significa anche nella sua teoria, in maniera da rompere la separazione tra i due termini della dialettica sopra citata.
Una delle tematiche delle quali ci siamo ripromessi di trattare è quella del partito, o delle forme organizzative più adatte a raccogliere, concentrare, indirizzare e dirigere l’esercito che avrà il compito di sconfiggere le forze dell’infelicità. Ognuno cercherà, a seconda dei tratti di strada politica percorsa nel secolo scorso, nel pozzo della sua memoria le occasioni nelle quali il tema ha squassato la propria vicenda e, tentando di nobilitare la propria militanza, sarà ben disposto a criticare questa o quella forma-partito. Quasi nessuno dei militanti d’oggidì sarà disposto ad ammettere che nessuna delle soluzioni proposte nel XX secolo, da quelle centralistico-democratiche proprie della vulgata leniniana-staliniana a quelle che negavano tout court la necessità per il proletariato di organizzarsi in partito al fine di disintegrare il dominio borghese, ha funzionato appieno. A meno di ammettere l’inesistenza di una dialettica tra mezzi (il partito) e fini (la costruzione del socialismo-comunismo).
Le considerazioni sulla possibilità di una critica etica al capitalismo, la sottolineatura della negazione che il capitale compie nei confronti del lavoro vivo, oggetto del post precedente, aprono la strada ad ulteriori riflessioni. Partiamo da un assunto: la dialettica pervasiva dell'interezza delle relazioni sociali attualmente dominanti è, e resta, quella capitale/lavoro, al di là dei generosi tentativi di superarla immaginando e creando luoghi interstiziali ove farne cessare la vigenza.
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Il 6 luglio 1415 veniva arso sul rogo il teologo ceco Jan Hus. Uno dei cardini della sua riflessione è rappresentato dal concetto di verità. Non è qui il luogo, naturalmente, per dar conto della complessità del personaggio e del pensiero da essi sviluppato, tuttavia l'idea hussita di verità, e la sua pratica, restano, forse anche in virtù del coerente martirio sopportato, all'oggi velate di un fascino che i secoli, e la damnatio memoriae operata dai vincitori cattolici, non sono riusciti a scalfire. "Cerca la verità, ascolta la verità, apprendi la verità, ama la verità, di' la verità, attieniti alla verità, difendi la verità fino alla morte", scrive nella Spiegazione della Confessione di fede, nel 1412.
Slavoj Žižek, filosofo in quel di Ljubljana e assurto a fama mondiale ormai da alcuni anni, si chiede se la rivoluzione dell'informazione non sia l'esemplificazione ultima della tesi di Marx secondo la quale, ad un certo stadio del loro sviluppo, le forze produttive entrano in conflitto con i rapporti di produzione vigenti. Il filosofo marxista, ancor più esplicitamente, si domanda: "la prospettiva di un 'villaggio globale' non segnala la fine delle relazioni di mercato, almeno nella sfera dell'informazione digitalizzata?".



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