C'è la necessità di ritornare, e tante altre volte lo si farà, sul grande tema dell'organizzazione. Questa volta tentando di approfondire una questione che nel post precedente avevamo tratteggiato superficialmente, ovvero la dialettica tra i mezzi e i fini. Questo ci consentirà di meglio comprendere l'assoluta necessità che la prossima ondata rivoluzionaria si caratterizzi nella sua pratica, il che significa anche nella sua teoria, in maniera da rompere la separazione tra i due termini della dialettica sopra citata.
Per quanto possa sembrare astratto il tema, in realtà esso assume riflessi molto concreti. Costruire forme organizzative tali da superare la divaricazione tra mezzi e fini significa, innanzitutto, sforzarsi di offrire a quei fini strumenti più adatti alla loro realizzazione, immaginare possibilità nuove e diverse, grazie alle quali superare il fallimento del passato e iniziare a sconfiggere l'inconcludenza del presente.
Si tratta di inoculare il germe dell'etica nel corpo delle future forme organizzative rivoluzionarie. E ciò non per imbellettare la postura della militanza, ma per ragioni pratiche.
Così scrive Ezequiel Adamovky nel suo La politica dell'autonomia: "In generale, sia in pratica che in teoria, l'atteggiamento della sinistra verso l'etica - cioè il principio che deve orientarci alle buone azioni permettendoci di distingere queste ultime da quelle cattive - consiste nel considerarla una questione meramente "epistemologica". In altre parole le azioni politiche sono considerate "buone" se corrispondono ad una "verità" nota in anticipo. La questione di ciò che è eticamente bene o male è così ridotta al problema di una "linea" politica corretta o non corretta. In questo modo la sinistra spesso finisce con il rigettare implicitamente ogni etica dell'aiuto dell'altro (e voglio dire l'altro concreto, i nostri simili); invece la sinistra la rimpiazza con una certa ideologia-verità che si vuole rappresentante di un altro "astratto" ("l'Umanità"). Gli effetti concreti di questa assenza dell'etica si possono vedere nella nostra pratica concreta in casi innumerevoli in cui degli attivisti politici, altrimenti del tutto benintenzionati, manipolano e infliggono violenza ad altri in nome della "verità". (Non c'è da sorprendersi poi se la gente comune preferisce tenersene alla larga). Questo atteggiamento non è soltanto sbagliato per la sua mancanza di etica, ma anche perché è spesso inconsciamente elitista e impedisce una reale cooperazione tra uguali. Se pensate di possedere la verità non starete a "perdere" tempo ascoltando gli altri, né sarete disposti a negoziare sul consenso. È questa la ragione per cui una vera politica d'emancipazione deve basarsi su una ferma e radicale etica dell'uguaglianza e della responsabilità nei confronti degli altri. Dobbiamo ancora fare molta strada in questo senso se vogliamo creare, diffondere ed incarnare una nuova etica. Fortunatamente molti movimenti stanno già lavorando in questa direzione. Lo slogan degli zapatisti "camminiamo alla velocità del più lento" non è altro che il capovolgimento della relazione tra verità ed etica[...]". Ci sentiamo di condividere l'importante sollecitazione.
Una delle tematiche delle quali ci siamo ripromessi di trattare è quella del partito, o delle forme organizzative più adatte a raccogliere, concentrare, indirizzare e dirigere l’esercito che avrà il compito di sconfiggere le forze dell’infelicità. Ognuno cercherà, a seconda dei tratti di strada politica percorsa nel secolo scorso, nel pozzo della sua memoria le occasioni nelle quali il tema ha squassato la propria vicenda e, tentando di nobilitare la propria militanza, sarà ben disposto a criticare questa o quella forma-partito. Quasi nessuno dei militanti d’oggidì sarà disposto ad ammettere che nessuna delle soluzioni proposte nel XX secolo, da quelle centralistico-democratiche proprie della vulgata leniniana-staliniana a quelle che negavano tout court la necessità per il proletariato di organizzarsi in partito al fine di disintegrare il dominio borghese, ha funzionato appieno. A meno di ammettere l’inesistenza di una dialettica tra mezzi (il partito) e fini (la costruzione del socialismo-comunismo).
Le considerazioni sulla possibilità di una critica etica al capitalismo, la sottolineatura della negazione che il capitale compie nei confronti del lavoro vivo, oggetto del post precedente, aprono la strada ad ulteriori riflessioni. Partiamo da un assunto: la dialettica pervasiva dell'interezza delle relazioni sociali attualmente dominanti è, e resta, quella capitale/lavoro, al di là dei generosi tentativi di superarla immaginando e creando luoghi interstiziali ove farne cessare la vigenza.
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Il 6 luglio 1415 veniva arso sul rogo il teologo ceco Jan Hus. Uno dei cardini della sua riflessione è rappresentato dal concetto di verità. Non è qui il luogo, naturalmente, per dar conto della complessità del personaggio e del pensiero da essi sviluppato, tuttavia l'idea hussita di verità, e la sua pratica, restano, forse anche in virtù del coerente martirio sopportato, all'oggi velate di un fascino che i secoli, e la damnatio memoriae operata dai vincitori cattolici, non sono riusciti a scalfire. "Cerca la verità, ascolta la verità, apprendi la verità, ama la verità, di' la verità, attieniti alla verità, difendi la verità fino alla morte", scrive nella Spiegazione della Confessione di fede, nel 1412.
Slavoj Žižek, filosofo in quel di Ljubljana e assurto a fama mondiale ormai da alcuni anni, si chiede se la rivoluzione dell'informazione non sia l'esemplificazione ultima della tesi di Marx secondo la quale, ad un certo stadio del loro sviluppo, le forze produttive entrano in conflitto con i rapporti di produzione vigenti. Il filosofo marxista, ancor più esplicitamente, si domanda: "la prospettiva di un 'villaggio globale' non segnala la fine delle relazioni di mercato, almeno nella sfera dell'informazione digitalizzata?".



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